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La pittura come specchio: Rachele Frison si racconta a Chiara Cesari

Ospite di questa intervista è la giovane pittrice milanese Rachele Frison (Desio, 1995). Le sue opere riflettono mondi magici e fiabeschi che evocano i grandi maestri fiamminghi, come Brueghel, o le atmosfere del Realismo Magico. In tutta la sua produzione, il gesto pittorico invita l'osservatore a una danza tra sentieri e boschi incantati, dove il tempo sembra sospeso e le figure paiono riemergere da epoche lontane.


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I denti mordano la terra nera, olio su tela, 160x170cm


Il percorso artistico di Rachele Frison è segnato da importanti tappe internazionali e prestigiosi riconoscimenti. Tra le sue esposizioni più recenti spicca la partecipazione nel 2025 alla mostra collettiva Sugar Free presso la Galleria Giovanni Bonelli di Milano

La sua carriera ha preso slancio con la personale alla Galleria Cinque di Lugano (2021-2022) e si è consolidata con la partecipazione alla Biennale Internazionale di Jian in Cina nel 2023 (Symbiosis, Hai Dai Art Museum). Nello stesso anno ha esposto presso l'Istituto Italiano di Cultura a Copenaghen e ha preso parte a rilevanti appuntamenti fieristici come REA Milano e Art Verona, dove è stata insignita del Premio Filasil StartUp

Tra i riconoscimenti più significativi del 2023 figurano inoltre il Premio Under Raffaello a Urbino e la partecipazione alla Home Show presso la Collezione Pallavicini.


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Dormirò come se fossi morta, olio su lino, 100x100


CC: Ciao Rachele, é un piacere parlare con te! Innanzitutto come stai? L’ultima e unica volta che ci siamo viste è stato al Museo Filangieri!

RF: Ciao Chiara, sto bene ti ringrazio, si esatto! Come molti incontri casuali nella vita ho un ottimo ricordo del nostro incontro e della meravigliosa Napoli. È un posto che porto nel cuore, in particolar modo la visita al museo. 

CC: Ripartiamo da lì, da quell'incontro al Filangieri. Se chiudi gli occhi, qual è la prima immagine, o magari l'odore, che ti è rimasto addosso di quel giorno? Spesso i tuoi lavori sembrano frammenti di momenti cristallizzati, come se volessi trattenere qualcosa che sta per svanire...

RF: Chiudendo gli occhi e ripensando al nostro incontro al Museo Filangieri, la prima immagine che mi torna addosso è il colore del legno scuro, intenso, quasi teatrale della stanza principale. E subito dopo il suo odore: forte, avvolgente, capace di aprire la stanza come un sipario che si alza prima delle danze. Ricordo le statue lignee, la biblioteca che mi hai mostrato, uno spazio che mi è rimasto impresso con particolare lucidità e con ammirazione. Entrare per la prima volta lì dentro è stato come fare un tuffo nel passato, percepire una stratificazione di cultura e nobiltà che a Napoli si avverte in modo quasi fisico, soprattutto in contesti così densi di memoria. L’odore del legno e dei libri antichi, la cura e la preziosità degli arredi: sono questi gli elementi che ho amato di più. Per quanto riguarda il mio lavoro, sì: c’è un legame profondo con questa dimensione. In quel periodo esponevo alla Galleria Dino Morra una mostra intitolata “Ricordi in cui non c’ero”, che affronta proprio questo aspetto della mia ricerca. Le mie immagini sono spesso scene che sembrano affiorare da una memoria: momenti cristallizzati, come se fossero stati vissuti davvero e poi trattenuti un attimo prima di svanire. In realtà nascono da un altrove o un mondo ‘’altro’’: un mondo fiabesco, folkloristico e profondamente personale. Intreccio mitologie collettive e narrazioni popolari con la costruzione di una mitologia intima, mia. È in quella soglia (tra ciò che sembra ricordo e ciò che è invenzione) che il mio lavoro prende forma.

CC: Ti ho chiesto come stai perché spesso nell'arte si cerca una catarsi. In questo esatto momento della tua vita, la pittura è per te un porto sicuro dove riposare o un campo di battaglia dove devi ancora risolvere qualcosa?

RF: Grazie per questa domanda così profonda. Nel mio lavoro l’aspetto autobiografico è inevitabilmente intrecciato alla narrazione che scelgo di mettere in scena. Negli ultimi mesi ho attraversato un periodo molto difficile, che ha avuto ripercussioni sia sul piano fisico che mentale, al punto da allontanarmi temporaneamente dalla pittura. Riprendere la mia routine è stato, in un certo senso, un ritorno a casa e un modo in cui dare forma alla mia esperienza di vita. La pittura è diventata un porto sicuro: uno spazio familiare, un luogo in cui posso riposare e ritrovarmi. È la forma che scelgo di dare a me stessa, il linguaggio con cui mi riconosco. Ma allo stesso tempo non smette mai di essere un campo di battaglia. Se non ci fosse tensione, se non ci fosse qualcosa da attraversare o da risolvere, non rappresenterebbe una crescita per me. La pittura cambia con me, subisce il tempo, i miei umori, le mie trasformazioni. Ci sono momenti in cui mi accoglie e altri in cui mi mette alla prova. Direi che questi due aspetti si alternano continuamente: è rifugio e conflitto, cura e scontro. Ed è proprio in questa oscillazione che sento di essere viva, sia come artista che come persona.


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CC: Parlando del tempo, al Filangieri eravamo circondate da oggetti che sono sopravvissuti attraverso i secoli. Nei tuoi quadri invece tratti spesso il tema della perdita (penso alla serie dei denti, in particolare I denti mordono la terra). C'è qualcosa che hai perso recentemente – un'abitudine, un'idea, un ricordo – che è finito 'masticato' e trasformato dentro una tua nuova tela?

RF: Al Museo Filangieri eravamo circondate da oggetti sopravvissuti al tempo, testimoni silenziosi di vite trascorse. Nei miei lavori, invece, mi confronto spesso con ciò che il tempo consuma, trasforma o porta via. Anche se spesso ritengo che il tempo all’interno del mio lavoro rimanga in una dimensione sospesa e non passata o presente. Come accennavo, esiste un legame profondo tra ciò che vivo e ciò che affiora nelle mie narrazioni. L’anno scorso è stato per me un anno di grandi perdite, sotto diversi aspetti della mia vita. Mi sono trovata a confrontarmi direttamente con la morte, e questo ha aperto uno spazio di riflessione molto intenso. Alcuni lavori raccolgono quel periodo: “Dormirò come se fossi morta” è uno di questi. Quando perdi qualcuno, inevitabilmente inizi a interrogarti sulla tua stessa fine. In quel momento ho sentito il bisogno di esorcizzare quel pensiero: immaginarmi morta, ma in pace. Era un modo per attraversare la curiosità e trasformarla in immagine. Per quanto riguarda “I denti mordono la terra nera”, lì il discorso si fa più rituale e viscerale. Il gesto di mordere la terra diventa un atto primordiale, quasi arcaico. Non è solo perdita, ma trasformazione: mangiare la terra significa tornare alla materia, creare una continuità con la natura selvaggia, accettare il ciclo. È un’immagine dura, ma anche fertile. In fondo, ciò che viene “masticato” nella vita — un’abitudine, un’idea, un ricordo — non scompare mai del tutto: si trasforma, cambia consistenza, e spesso riemerge sulla tela in una forma nuova.

CC: Guardando i tuoi dipinti mi sento spesso proiettata in un mondo fiabesco e malinconico, un po’ come l'immaginario di 'Video Games' di Lana Del Rey: quel mix tra sogno, realtà e un passato che sembra quasi un filtro. Che rapporto hai con la musica? Esiste una 'colonna sonora' specifica che abita il tuo studio mentre crei, o hai bisogno del silenzio per sentire i tuoi pensieri che prendono forma sulla tela?

RF: Il mio rapporto con la musica è continuo, quasi necessario. Ci sono periodi in cui, ascoltando una canzone, mi accade qualcosa di molto preciso: una frase, una parola, una melodia si imprimono in me e diventano immediatamente immagine. È come se la musica aprisse una porta visiva. Sento di avere un debito nei confronti della parola e del suono, ma non lo vivo come un peso. Credo che ogni artista si nutra di ciò che lo attraversa, e nel mio caso musica e immagine convivono e si alimentano a vicenda. A volte è una frase a generare una scena, altre volte è un’atmosfera sonora a suggerire un’intera serie di racconti visivi. Quando lavoro ascolto molta musica, e spesso la stessa canzone per ore, quasi in modo ossessivo, finché non esaurisce la sua forza evocativa. Lana Del Rey, con le sue atmosfere malinconiche e i suoi cori quasi liturgici, è sicuramente una grande stimolatrice di immagini per me. C’è in lei una dimensione sospesa, cinematografica e decadente che entra in risonanza con il mio immaginario. Ma non mi fermo lì. La mia cultura musicale è ampia e curiosa: attraverso generi ed epoche diverse senza particolari gerarchie. La musica è un paesaggio emotivo, e molte delle mie tele nascono proprio dentro quel paesaggio.

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Erbe medicinali, disegno su foglio, 21x15cm


CC: Se potessi scattare una fotografia mentale a un momento di felicità assoluta che vorresti trasformare in quadro domani mattina, cosa vedresti? Quali colori e quali persone ci sarebbero?

RF: Una radura in montagna a fine estate. L’erba verde brillante, con sfumature calde, quasi dorate. Il cielo è attraversato da rosa stratificati: cipria vicino all’orizzonte, un corallo più acceso che sfuma in un lilla tenue. Non un tramonto drammatico. Un tramonto che accarezza. Le persone non sono in posa. Sono sparse, ma vicine. Una seduta a terra, una in piedi leggermente di profilo, qualcuno che tiene in mano oggetti. Non c’è teatralità, c’è appartenenza. Ci sarebbero tutti i miei animali liberi.  Le luci sarebbero radenti. Quelle che fanno brillare i contorni. Le figure quasi emanano luce propria questa aura sottile che le farebbe sembrare più simboli che corpi.

CC: Rachele, abbiamo parlato di sogni, di musica e di questa luce magica che metti nei tuoi quadri. Se oggi potessi tornare per un momento da quella bambina che ha preso in mano i primi colori e mostrarle quello che stai creando oggi... cosa pensi che ti direbbe? Ti riconoscerebbe in queste immagini o rimarrebbe stupita da quanta strada hanno fatto i tuoi sogni?

RF: In me quella bambina esiste ancora. Credo che molti artisti custodiscano la propria parte infantile come una sorgente, non come un ricordo. Se potessi mostrarle quello che sto creando oggi, penso che mi guarderebbe con quegli occhi seri che avevo da piccola e mi direbbe: “bello.” Non credo rimarrebbe stupita dalla strada fatta. Forse sarebbe felice di vedere che continuo a credere nei sogni con la stessa ostinazione di allora. E soprattutto, mi riconoscerebbe.

CC: Grazie di cuore, Rachele. È stato un privilegio entrare nel tuo mondo. Parlando con te ho avuto l'impressione di restare sospesa in uno dei tuoi quadri: è stato un po' come sognare ad occhi aperti insieme a te.

RF: Grazie a te Chiara per la curiosità e per la cura scelta nelle tue domande, spero di averti dato modo di scoprire qualcosa in più di me e che risuoni anche con il tuo mondo. Un abbraccio.



Rachele Frison, studio
Rachele Frison, studio

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