
Fili, ricordi e metamorfosi: l'arte tessile secondo Livia Chiffi
Livia Chiffi (Gallarate, 1997) è un'artista che vive e lavora tra Torino e Lecce. Dopo aver mosso i primi passi nel mondo dell'illustrazione, ha orientato la sua ricerca verso la scultura tessile, ridando vita a tessuti di scarto e deadstock provenienti da vecchie produzioni e negozi dismessi. Attraverso simboli zoomorfi e veri e propri "teatri" di stoffa, la sua arte esplora i concetti di memoria, crescita ed evoluzione continua. In questa intervista con Chiara Cesari, ci racconta il suo percorso e la sua personalissima visione creativa.

CC: Ciao Livia, è un piacere per me intervistarti. Di solito, prima di entrare nel dettaglio in un'intervista, mi piace chiedere: come si svolge una tua tipica giornata? C'è una routine specifica che divide il momento della ricerca dei tessuti da quello della creazione in studio?
LC: Ciao Chiara, piacere mio e molte grazie per il tuo interesse. In verità le mie giornate non si somigliano spesso. I tessuti con cui lavoro sono scarti di produzione che recupero in momenti precisi dell’anno. Utilizzo la selezione che ne ho fatto fino al periodo di ricerca successivo. Tendo a dividere la mia pratica in studio tra ricerca, sperimentazione e produzione. Quando arrivo a scegliere i tessuti che comporranno l’opera, solitamente ho già un bozzetto da seguire e un’idea più o meno chiara che voglio sviluppare.
In altre giornate in studio, invece, mi dedico alla sperimentazione. La ricerca preferisco svolgerla all’esterno e in modo organico. Insomma, non seguo una vera routine, se non per i periodi produttivi che necessitano di maggiore disciplina.
CC: Il tuo lavoro si basa sul recupero di scarti tessili e materiali abbandonati. Quanto ti senti legata al mondo del vintage e più in generale, alla filosofia della sostenibilità? Per te è una scelta etica, un’esigenza estetica o entrambe le cose?
LC: Ho iniziato ad acquistare vintage ed usato negli anni dell’università, mi si è aperto un mondo. Di pari passo con il mio percorso di studi nella moda, ho sviluppato una coscienza critica maggiore sul tema, legata anche alla scelta dei singoli materiali di produzione.
É un discorso ampio che vale sia per la scelta dei materiali che utilizzo nel mio lavoro, sia per i capi che indosso. È una scelta dettata da consapevolezze personali che inevitabilmente influenzano le mie esigenze estetiche.
CC: La tua ricerca della materia la definisci uno 'scavo', quindi metaforicamente ti comporti come un'archeologa? Senti di dover dar luce alla storia di questi tessuti abbandonati per riportar il loro valore nascosto?
LC: Più che la storia dei singoli tessuti, mi sento di dover “portare alla luce” i tessuti stessi. Spesso sono incastrati, nascosti, stropicciati tra tanti altri rotoli e pezze che scovarli e vederne il potenziale è davvero complesso. Romanticamente parlando, mi piace pensare che abbiano una storia personale e segreta, ma il mio obiettivo non è mai di approfondirla veramente (come potrei?). Mi interessa metterli al servizio di qualcosa di nuovo, dandogli una lettura e un utilizzo differente da quello per cui sono stati prodotti.
Poi credo che se il vissuto che si portano dentro è autentico, lo si senta vivo in ogni loro forma successiva.

CC: Il tuo lavoro lo trovo minuzioso e preziosissimo. Sembra ricordare l’antica tradizione tessile di cui le donne padroneggiavano, un richiamo del passato, di gusto, di delicatezza. Ti ritrovi in questa tradizione? Senti che il tuo atto di cucire sia anche un modo per connetterti a quella memoria collettiva e prettamente femminile?
LC: Ti ringrazio! Vengo da un contesto familiare in cui la memoria collettiva si crea e si rimescola attraverso i racconti e le suggestioni degli attori coinvolti, spesso donne. Indubbiamente ne sono molto coinvolta. La tua è una bella domanda, non penso di poter rispondere, ma credo di sentirla vicina.
CC: Le tue opere della mostra 'Mosca cieca' per la Candy Snake Gallery, a cura di Tiziano Tancredi, sono state descritte come dei veri e propri 'teatri di stoffa'.
Questi teatri, con i loro simboli e le loro scene, richiamano in qualche modo una dimostrazione della tua vita quotidiana, delle tue relazioni o dei tuoi spazi privati? E che rapporto hai con la memoria?
LC: La serie dei Teatri per me è un espediente narrativo, la porto avanti da qualche anno.
Li intendo come piccoli palcoscenici in cui va in scena la stessa immagine ripetuta. Si tratta spesso dell’espressione di consapevolezze, storie e memorie personali che il più delle volte mi sembrano traducibili in esperienze collettive, condivisibili.
Ho un buon rapporto con la memoria, è un elemento fondamentale del mio percorso umano. Sono la mia memoria, anche quella distorta ed edulcorata, la trovo affascinante e grottesca. Le voglio bene.

CC: Ritornando alla metafora dello scavo e dell'archeologia della memoria, in opere come 'Carillon' dai vita a vere e proprie maschere indossabili (wearable masks) che ricordano la staticità dei volti classici teatrali. C'è un legame consapevole con quell'immaginario o la maschera è per te lo strumento sociale per eccellenza, necessario a mediare il confine continuo tra la tua dimensione pubblica e il tuo archivio privato?
LC: Carillon e altri primi esperimenti sono stati, effettivamente, maschere indossabili.
È una ricerca più complessa che richiede tempi maggiori per essere messa a fuoco.
Ad oggi, però, non si tratta più di maschere, ma di mute. Nello specifico, la muta evolutiva, il guscio che lascio dopo una trasformazione o un cambiamento. Le modello sul mio volto e posso quindi indossarle finché non sono terminate. Poi, come la muta della cicala, me ne libero, ne esco fuori diversa.
Per questo motivo non le lego al contesto teatrale, ma sicuramente hanno una connessione con la messa in scena. Nel lasciare qualcosa di sé si abbandona non solo la materia di cui si è fatti, ma anche i vestiti e gli accessori con cui l’abbiamo abbellita. Nel mio lavoro, tutto (o quasi) connette l’aspetto privato e quello pubblico, li trovo inscindibili. È così anche nelle mute, per rispondere alla tua domanda.


CC: Per chiudere, c’è qualcosa in particolare fuori dall'arte visiva che ti ispira profondamente mentre crei? Una canzone, una poesia o un libro che ti accompagna in studio e che in qualche modo si ritrova tra le trame?
LC: Mi piace la narrativa e sono affascinata dai romanzi di Lalla Romano. La trovo inimitabile e profondissima, analizza molto il rapporto tra pubblico e privato in una modalità che riconosco vicinissima.
Leggo molto e penso troppo.
CC: Grazie di cuore Livia per avermi dedicato il tuo tempo. La tua persona e la tua arte la trovo piena di energia femminile e sono davvero contenta che tu abbia condiviso il tuo processo artistico.
LC: Grazie a te Chiara, ti mando un forte abbraccio.
Tutte le immagini sono gentilmente concesse da Livia Chiffi