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L'eterno scandalo dell'energia femminile


Perché le donne dotate di forte personalità continuano a essere bersaglio di diffamazione? Analizzando le figure dell'ultima Zarina e della Regina di Francia, emerge un meccanismo di difesa sociale contro il "potere delle donne" ancora tristemente attuale nel 2026.

 

Ho da poco terminato la lettura del saggio di Carolly Erickson, La Zarina Alessandra. Il destino dell’ultima imperatrice russa. La prima pubblicazione risale al 2005, un anno prima dell'uscita di Marie Antoinette di Sofia Coppola, pellicola che all'età di 7 anni mi fece innamorare perdutamente della Delfina e del Rococò. Lo sfarzo delle corti imperiali ha sempre esercitato su di me un certo fascino, specialmente quando legato a figure femminili iconiche.


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Se Maria Antonietta è stata il mio primo amore, il Palazzo d'Inverno ha presto acceso la mia curiosità grazie a un film del 1999: Onegin, diretto da Martha Fiennes. Adattamento del capolavoro di Puškin, la pellicola segue Eugenio Onegin (un giovanissimo Ralph Fiennes), annoiato dandy dei salotti di San Pietroburgo che eredita una tenuta in campagna. Lì incontra Tatiana (l’incantevole Liv Tyler), che si innamora disperatamente di lui. Il loro è un amore mancato, fatto di tempi sbagliati e desideri tardivi che non voglio rovinarvi con troppi spoiler, ma che vi consiglio vivamente di recuperare.

L'estetica russa di quel film mi lasciò esterrefatta. La scena in cui la protagonista pattina davanti al maestoso palazzo, sotto una neve che avvolge la città, catturò perfettamente quel senso di malinconia russa che mi spinse ad approfondire la dinastia dei Romanov e l'atroce destino di Nicola II.

Anni dopo, in una libreria alla stazione di Roma, ho incrociato per caso il libro della Erickson. La lettura è stata intensa e mi ha permesso di riscoprire Alessandra: una donna che "sentiva troppo", profondamente innamorata del marito e dei suoi figli, per i quali dedicò tutta la sua esistenza.

Ciò che mi preme sottolineare è il parallelismo tra Alessandra e Maria Antonietta. Anche se caratterialmente diverse erano entrambe odiate: "la tedesca" l'una, "l’austriaca" l’altra, "taciturna" l'una, "bambinesca" l'altra. Neanche il talento dell’audace pittrice Élisabeth Vigèe Le Brun (1755-1842), che nei suoi ritratti cercò di umanizzare Maria Antonietta spogliandola dei pesanti abiti di corte e sostituendoli con una morbida veste bianca, riuscì a placare l’odio di un popolo che ormai vedeva in lei solo una nemica. Entrambe accusate di essere inutili perché incapaci di generare subito un erede, additate come scialacquatrici, distanti e altezzose. Su di loro si è abbattuto l'odio del popolo e il fango dei giornali scandalistici.

È sempre stato facile diffamare queste donne, quando la verità risiedeva spesso nell'inettitudine dei mariti, incapaci di prendere decisioni politiche ferme. Entrambe possedevano una personalità forte che finiva per oscurare i consorti, un aspetto che la società del tempo non poteva tollerare. L'energia femminile è da secoli temuta; quando rompe gli schemi, genera scandalo. Un meccanismo che purtroppo osserviamo ancora oggi, nel 2026, tra cronaca e diffamazioni mediatiche.

Questa modalità di difesa sociale contro le donne non è un relitto del passato, ma una ferita aperta che l’arte contemporanea continua a denunciare. Lo conferma un recente articolo che ho letto questo mese su Il Giornale dell’Arte, che evidenzia come il corpo e l’indipendenza femminile siano ancora oggi territori di scontro politico.

Un esempio emblematico è il lavoro della fotoreporter iraniano-canadese Parisa Azadi. Nelle sue immagini, la sfida agli schemi patriarcali passa per gesti di quotidiana e 'scandalosa' normalità. Come nella sua celebre fotografia della giovane donna che passeggia per le strade di Teheran con i suoi grandi pastori tedeschi: un atto che, in un contesto di restrizioni ferree, diventa un manifesto di libertà identitaria.

Proprio come la semplice veste di Maria Antonietta scardinava l'estetica di corte per rivendicare un'identità privata ed intima, la lente di Parisa Azadi documenta una nuova forma di energia femminile che non accetta di essere silenziata. Il filo rosso è lo stesso: l'uso dell'arte per dire al mondo che una donna libera, consapevole della propria forza, smetterà di essere un bersaglio solo quando smetteremo di averne paura.

 

Chiara Cesari

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