
Napoli, dove il tempo si ferma: tra preghiera e bellezza nella nuova sezione della Certosa
L’altro giorno ho avuto l’occasione di visitare la mostra “Ottocento a Napoli” alla Certosa di San Martino, un luogo dove, quasi per magia, la città di Napoli smette di essere rumore e diventa puro orizzonte. Camminare tra queste mura significa immergersi in un contesto profondamente mistico e di preghiera: un tempo dimora dei monaci certosini, la Certosa conserva ancora oggi un’atmosfera sacrale che sembra sospendere il tempo. È proprio questo silenzio, ereditato da secoli, a fare da cornice perfetta al percorso espositivo, permettendo alle opere di sussurrare la loro bellezza senza le distrazioni del caos cittadino.Non è solo la vista dall’alto sull’intera città, arrivando fino alla costa di Posillipo, ad incantare, ma anche la nuova sezione dedicata al XIX secolo, co-curata con rigore e passione da Isabella Valente (Professoressa di Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II). In queste dodici sale da poco inaugurate, si ha la possibilità di riscoprire la Napoli artistica dell'Ottocento e non solo: un’esperienza vibrante che si snoda tra oltre duecento opere. È un viaggio emozionale che fonde la sezione dedicata alla Scuola di Posillipo a quella che mi ha maggiormente colpito: le porcellane di Filippo Tagliolini, scultore e ceramista italiano vissuto durante il XVIII secolo e figura chiave della Real Fabbrica di Capodimonte.Per poter comprendere al meglio i biscuit di Filippo Tagliolini ho avuto un dialogo con Camilla Petricciuolo, restauratrice napoletana che ha dedicato la sua intera tesi sul citato ceramista. Al seguito del testo leggerete il suo intervento.

Nella Napoli tardo-settecentesca, all'interno della Real Fabbrica Ferdinandea, Filippo Tommaso Tagliolini (1745-1809) elevò la porcellana a una nuova forma di espressione artistica. Capomodellatore di straordinaria sensibilità, seppe trasformare l'arte della modellazione suggerendo eleganti narrazioni scultoree, affermandosi così uno dei protagonisti del neoclassico italiano.Il suo genio trovò forma soprattutto attraverso il biscuit, una porcellana non vetrificata né dipinta, priva di quella lucentezza che caratterizza le porcellane tradizionali. Opaco, duro e di un bianco candido, il biscuit evocava il marmo antico: una scelta estetica in perfetta linea con i canoni neoclassici allora dominanti. Tanto fu il suo legame con questa materia che, nei documenti dell'epoca, Tagliolini venne definito "manipolatore del biscuit" e le sue creazioni furono impropriamente ribattezzate "i Tagliolini".All'interno della manifattura, il ruolo del capomodellatore comportava una probabile concezione dei soggetti, ideati attraverso modelli in argilla o gesso. Da questi prototipi nascevano stampi "a pezzi", controforme smontabili in materiale refrattario che permettevano di riprodurre fedelmente ogni dettaglio. Pur inserendosi in un processo potenzialmente seriale, la lavorazione lasciava spazio all'intervento degli artigiani nelle fase di assemblaggio e rifinitura finale, conferendo a ciascun pezzo una traccia di unicità.Tagliolini non si limitò a riprodurre l'antico, ma riuscì a fondere il rigore classico con suggestioni di stile barocco. Pur aderendo formalmente al linguaggio neoclassico, le sue figure tradiscono un'attenzione quasi pittorica: le pieghe dei tessuti cascano con un'abbondanza quasi drammatica, le dita affusolate, i volti animati, lo "schiacciato" raffinato delle figure che evoca i bassorilievi antichi. Tutti questi elementi testimoniano non solo una straordinaria perizia tecnica, ma rivelano una padronanza anatomica eccezionale.La sua produzione si può quindi articolare, oltre che nella realizzazione di composizioni in pura invenzione neoclassica, in ulteriori due direzioni distinte ma complementari: da un lato, i ritratti della borghesia napoletana, modellati con verismo quasi teatrale; dall'altro, fedeli riproduzioni dei recenti ritrovamenti pompeiani ed ercolanesi, in un'ottica documentaria nel contesto culturale del Grand Tour.Fu questa sintesi a consacrare Filippo Tagliolini come uno dei massimi modellatori del suo tempo: la capacità di infondere vita nella staticità della porcellana, di dare respiro al bianco del biscuit.
In conclusione, voler valorizzare quest’arte cosiddetta "minore" è un aspetto da non sottovalutare: la produzione del Tagliolini cattura subito l’attenzione con il suo gusto candido e la perfezione del dettaglio. Uscendo dalla Certosa, dopo aver respirato la pace dei suoi ambienti, rimane la sensazione che la bellezza di questa città non sia chiusa in un solo luogo, ma scorra come un filo sottile tra i suoi quartieri. La meraviglia per le arti applicate ci spinge a recarci verso il cuore di Napoli, magari puntando al Museo Civico Gaetano Filangieri: un altro scrigno dove il gusto per il dettaglio e l'eleganza senza tempo continuano a dialogare con il presente.Il mio consiglio per il fine settimana? Prendetevi un pomeriggio per "perdervi" nel silenzio mistico della Certosa e poi lasciatevi guidare dalla curiosità fino a via Duomo. Scoprirete che Napoli, quando decide di svelare i suoi tesori più delicati, sa essere ancora più magica.
Testo di Camilla Petricciuolo e Chiara Cesari

Salvatore Fergola ( Napoli , 1796 - 1874) Notturno a Capri , olio su tela , in deposito dal Museo di Capodimonte