
Nicola Samorì - Classical Collapse: Dove il classico si spezza per rigenerarsi
C’è un momento, nelle mostre destinate a lasciare un segno, in cui l’eco delle opere supera l’allestimento, travalica le sale e si deposita nella memoria collettiva come un fatto inevitabile. Con la chiusura di Classical Collapse al Museo e Real Bosco di Capodimonte, questo momento si compie: non come celebrazione, ma come presa d’atto. L’intervento di Nicola Samorì non è stato una semplice incursione del contemporaneo nel tempio del classico; è stato un corpo a corpo, un attrito necessario, una frattura che ha rivelato la vitalità inquieta della tradizione.
Samorì lavora sulla pelle dell’immagine. La accarezza con una perizia antica e subito dopo la ferisce, la scava, la torce, la lacera. La sua pittura nasce da una fedeltà tecnica quasi devota alla grande tradizione europea caravaggesca per densità luminosa ma non si arresta alla citazione. Dove ci aspetteremmo il compiacimento, interviene la distruzione controllata: volti che si dissolvono, carni che colano, superfici che si aprono come ferite. Non è vandalismo iconoclasta, è chirurgia critica. È l’atto di chi ama così profondamente la storia dell’arte da non poterla accettare come reliquia.
I curatori, Demetrio Paparoni, Alberto Rocca ed Eike Schmidt hanno parlato di confronto e riscrittura, di una tradizione attraversata e destabilizzata dall’interno. È proprio in questa destabilizzazione che la mostra ha trovato il suo punto più alto: il classico non come sistema chiuso, ma come organismo esposto al rischio del collasso. Un collasso che non coincide con la fine, bensì con una trasformazione. Il crollo, in Samorì, è sempre un passaggio di stato.
Nelle sale di Capodimonte, le opere dialogavano con i maestri antichi senza chiedere permesso. Non c’era deferenza, ma neppure arroganza. Piuttosto una tensione paritaria: l’artista contemporaneo si è assunto la responsabilità di stare nello stesso spazio simbolico dei giganti del passato. E lì ha compiuto il gesto più radicale: mostrare che l’ideale di bellezza, quando non viene interrogato, si irrigidisce; quando invece viene messo in crisi, rifiorisce in forme impreviste.

La materia, nei lavori esposti, è protagonista quanto l’immagine. Il pigmento diventa carne, la scultura sembra organismo vulnerabile, la superficie pittorica si trasforma in luogo di resistenza. Samorì non rappresenta il dolore: lo inscrive nel processo stesso dell’opera. È un’estetica della sottrazione e dell’incisione, dove la perdita diventa linguaggio. In un’epoca dominata dalla levigatezza digitale e dall’immagine perfetta, questa scelta assume un valore politico oltre che poetico: ricordarci che la bellezza non è integrità immacolata, ma tensione tra forma e dissoluzione.
Eppure, proprio qui si apre lo spazio per una critica costruttiva. La forza iconica del gesto distruttivo rischia talvolta di diventare cifra riconoscibile, quasi un marchio. Quando la lacerazione diventa attesa, il pericolo è che l’effetto si stabilizzi in stile. La sfida futura per Samorì sarà spingersi oltre la propria grammatica del collasso, esplorando territori in cui la crisi della forma non sia soltanto visibile, ma strutturale, concettuale, magari persino silenziosa. Se finora ha dimostrato una straordinaria capacità di incidere la superficie, il prossimo passo potrebbe essere quello di incrinare l’idea stessa di immagine prima ancora che essa si compia.
Ciò non toglie che Classical Collapse abbia segnato un punto di non ritorno nel dialogo tra patrimonio e contemporaneità in Italia. La mostra ha indicato una via possibile: non l’addomesticamento dell’arte attuale dentro il museo storico, ma un confronto reale, rischioso, persino scomodo. In questo senso, Capodimonte non è stato soltanto cornice, ma dispositivo critico. Ha accettato la sfida di mettere in discussione la propria aura, dimostrando che il museo può essere luogo di conflitto fertile e non soltanto di conservazione.
Alla chiusura, ciò che resta non è soltanto l’immagine di volti corrosi o di superfici martoriate. Resta un interrogativo che continuerà a vibrare nei mesi a venire: che cosa significa oggi ereditare il classico? Samorì risponde con un atto, non con una teoria. E l’atto è chiaro: non si eredita per custodire, ma per trasformare. Non si contempla per ripetere, ma per rischiare.
Se il classico è ciò che resiste al tempo, allora l’operazione di Samorì ne ha dimostrato la natura più autentica: resiste proprio perché può essere ferito, attraversato, rimesso in gioco. Il collasso, lungi dall’essere rovina, diventa così condizione di sopravvivenza. Ed è in questa dialettica tra distruzione e rinascita che la mostra ha trovato la sua dimensione più alta, consegnandoci non una chiusura, ma un’apertura: un varco attraverso cui l’arte italiana contemporanea può continuare a interrogare, senza timore, la propria origine.
Redazione

Nicola Samorì Real Bosco di Capodimonte