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Simone Grimaldi - Fine Dust on the Invisible Man

Simone Grimaldi - Fine Dust on the Invisible Man

Intervista a Simone Grimaldi, a cura di Chiara Cesari

 

In occasione della mostra personale visibile dal 18 settembre 2026 all'interno dei suggestivi spazi dell'Acquedotto Augusteo del Serino, a Napoli, ho avuto il piacere di dialogare con l'artista. Il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con l'associazione VerginiSanità APS, esplora i confini invisibili della percezione.


Simone Grimaldi (Napoli, 09/01/2004), dopo aver inizialmente intrapreso gli studi in Biologia, sceglie di ridefinire il proprio percorso formativo presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA), frequentando il corso di Grafica e Visual Design. È proprio attraverso la progettazione grafica che l'artista sperimenta un progressivo e fecondo avvicinamento ai linguaggi delle arti visive, stimolato dal confronto con i relatori Federica Clerici e Alberto Bettinetti. Il suo lavoro finale di tesi, Fine Dust on the Invisible Man, costituisce il nucleo fondante di una ricerca ancora oggi in piena evoluzione.

La pratica artistica di Grimaldi si radica su una rigorosa e geometrica osservazione del reale, sia nella sua dimensione fisica sia in quella metafisica. Attraverso l’uso di elementi tecnici e naturali – come la luce, il suono e l'acqua – l'artista mira a scardinare gli automatismi percettivi quotidiani e a sospendere il pensiero del fruitore, invitato a prendere parte attiva all'opera in qualità di vero e proprio co-autore del senso.


Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone
Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone

CC: Ciao Simone! È un piacere per me intervistarti! Vorrei iniziare proprio dall’elaborato della tua tesi che ho avuto il piacere di leggere. Nel tuo testo teorico specifichi che l'esperienza visiva non è mai neutra, ma è sempre un "esito situato", condizionato da mediazioni materiali e ambientali. In che modo lo spazio fisico che ospita la mostra influisce sulla resa finale e sulla stabilità del tuo

dispositivo?


SG: Ciao Chiara, il piacere è mio! Credo che tutta l’esperienza sensibile provenga da un miscelarsi di dipendenze: il modo in cui vedo i colori dipende dalla luce che li genera, quello in cui capto il suono dal mezzo in cui esso si propaga. Però affermare che tutto ciò sia vero, quindi che ciò che si dà per reale e assoluto sia in realtà solo un esito relativo a... è un conto; realizzarlo e percepirlo veramente è un altro. Tra l’altro, è proprio questo “l’obiettivo” dell’installazione.

Il modo in cui gli ambienti della mostra andranno a influire sull’esito percettivo che se ne potrà avere, devo ammetterlo, incuriosisce anche me. Non è che io non abbia una risposta, il tema è che di risposte ce ne possono essere tante. Credo che sarà proprio l’oculo percettivo del pubblico spettatore a elaborare quella risposta, ognuno per sé, andando a completarne il senso a partire dagli strumenti da me fornitigli.


CC: Utilizzi termini affascinanti, definendo gli elementi tecnici come "attori e attanti". L'acqua non è un semplice elemento ma un riflettore e distorsore, e il suono non è solo un input ma una forza cinetica che genera deformazione nell' "intra-azione" con la luce. Come si direziona la progettazione quando gli elementi naturali smettono di essere passivi e diventano co-protagonisti attivi dell’opera?


SG: Beh, credo che inizi a cambiare il modo in cui si interpretano quegli elementi. Se si lascia un campo di libertà a un elemento, esso può agire e intra-agire con altri elementi nel modo più spontaneo possibile, andando a palesare le sue più intrinseche verità e caratteristiche. Il bello è che, in questo modo, si può fare una distinzione tra ciò che un elemento è e ciò che un elemento fa all’interno di un sistema programmato.

 In questo caso, nella vasca, gli elementi acqua/suono/luce, più il quarto, che io chiamo pseudo-elemento, ovvero la percezione dello spettatore, possono avere ruoli diversi, ovvero fare diverse cose per generare un fenomeno.



Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone
Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone

CC: Per la sezione audiotecnica e la gestione delle frequenze ti sei avvalso del contributo tecnico di Giovanni Leopoldo Infante per rendere il funzionamento dell'installazione "autosostenibile". Qual è stata la sfida più grande nel programmare un sistema che potesse autosostenersi e rigenerarsi autonomamente nel tempo della mostra?


SG: Noi tutti lo chiamiamo Gianleo e sì, è stato lui a rendere possibile la realizzazione di tutta la sezione audio del progetto.

Dunque, l’installazione ha più o meno questo scopo: rendere sensibile la relazione invisibile tra elementi ed energie in apparente distacco tra loro, estrapolare la traccia fenomenica del modo in cui questi elementi determinano l’apparire degli altri e viceversa. In questo senso abbiamo suono che muove acqua, che muove luce, e tutto ciò “muove”, quindi altera, il modo in cui se ne fa esperienza attraverso la percezione.

Per fare ciò avevo bisogno di una serie di frequenze audio che fungessero da origine, da agitatore, di questa catena di relazioni. Queste frequenze sono state trovate dopo una lunga sperimentazione, per scovare quelle che fossero in grado di generare effetti significativi nell’acqua. La sfida più grande è stata dunque capire quali set di frequenze fossero quelli giusti per far affiorare l’effetto dell’installazione.


CC: Un ringraziamento speciale va a Luigi Tirino, artigiano e artista del ferro, nella cui officina nella zona collinare di Napoli l'opera è stata interamente costruita e assemblata. Com'è stato il dialogo tra la tua rigorosa ricerca teorica nata in accademia e la sapienza della lavorazione manuale del metallo?


SG: Direi molto costruttivo. Avere la possibilità di dialogare e confrontarmi con un professionista come Luigi è stato un privilegio. Tralasciando la qualità costruttiva della struttura, di cui vado molto fiero, lavorare con Luigi Tirino mi ha permesso di risolvere problemi che, per me da solo, sarebbero stati insormontabili.

Poi, oltre all’aiuto pratico nella realizzazione delle componenti, è stato d’aiuto anche nella fase di progettazione iniziale e nella definizione della direzione estetica che poi l’installazione ha preso.

Insomma, dato che anche Luigi è un artista, di cui peraltro ammiro le stravaganti sculture in ferro, c’era da aspettarsi che avrebbe dato al progetto una forte impronta visiva.



Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone
Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone

CC: Sostieni che la documentazione video e i visual generati dall'installazione non siano una semplice registrazione, ma parte integrante del lavoro stesso. In che modo queste "tracce" riescono a rendere comunicabile la natura intrinsecamente temporale e instabile dell’esperienza?


SG: Se volessimo espandere il tema della mia ricerca a tutto il reale, bisognerebbe dire che ogni tipo di esperienza che si ha di una cosa o di un avvenimento avviene attraverso un mezzo: occhio, telecamera, altoparlanti... e che questo mezzo ne altera la forma finale percepita.

Per questo credo che le Tracce Fenomeniche comunichino, a prescindere, qualcosa di relativo alle condizioni che le rendono possibili. Queste immagini sono infatti inconsci ottici: estratti visivi che, grazie alla tecnologia fotografica, possiamo contemplare proprio perché fissi nel tempo, quando in realtà sono forme in movimento continuo all’interno dell’installazione programmata.

Forse il fatto che non sarà mai possibile avere due Tracce Fenomeniche perfettamente uguali tra loro è la prova più eclatante dell’instabilità del sistema dell’installazione.


CC: Spieghi che la conoscenza che deriva dalla tua installazione non è dichiarativa ma "incarnata", ovvero costruita attraverso il corpo, il tempo e l'attenzione dello spettatore. In un'epoca dominata dal consumo visivo rapido e digitale, come risponde il tuo lavoro alla necessità di ritrovare una temporalità lenta e fisica?


SG: So di persone e artisti che questa necessità non ce l’hanno. È un tema delicato sul quale, peraltro, sto lavorando e di cui sto studiando lentamente le dinamiche.

Le gallerie d’arte automatiche e continue che possono essere alcuni feed di Instagram stanno sicuramente alterando il modo in cui ci si interfaccia con l’arte; in meglio o in peggio è ancora da stabilire con certezza. Ciò che so è che Fine Dust on the Invisible Man è un lavoro mutaforme che non predilige alcun medium per diffondersi. Certo, l’esperienza corporea, per ora, sembra essere la migliore per fruirne gli effetti visivi e di senso, però non posso dire che sia l’unica per comprenderne il significato. Il digitale, di per sé, non altera troppo la sua comunicabilità; il problema è il tempo che si decide di dedicare a visionarlo. In realtà è proprio questo il problema con la fruizione sui social, non solo dell’arte ma di qualsiasi contenuto pregno di bagaglio culturale: si finisce per ridurre al minimo l’energia fisica e mentale che si usa per assorbire le informazioni, e questa sarà sempre e comunque una grossa perdita per l’umanità.


CC: Nelle conclusioni della tesi dichiari che questo metodo resta aperto a sviluppi futuri per cercare nuovi output visivi e sonori capaci di "disarticolare gli automatismi percettivi". In che direzione si sta muovendo la tua sperimentazione adesso e quali nuovi elementi o configurazioni vorresti includere nel futuro della tua ricerca?


SG: Sì, in effetti il lavoro non è ancora finito. Il concetto che ne sta alla base, per adesso, è ben formato, ma le configurazioni fisiche e gli strumenti percettivi con i quali la trama di intra-azioni tra elementi può essere portata all’esperienza possono essere infinite.

Credo che nel prossimo futuro sperimenterò con nuovi attanti e attori, messi in moto da altri tipi di energie e meccanismi. La polvere sottile sull’uomo invisibile è proprio questo: strumenti in grado di dare forma a qualcosa che sembra non esserci, ma che è lì e agisce lì, proprio sotto i nostri occhi. A fare da “polvere”, dunque, può esserci di tutto: oli, magneti, flussi d’aria, energia termica, solidi, liquidi e vie di mezzo; insomma, ne ho di cose da provare a mettere in relazione. Il resto verrà da sé. In futuro, però, vorrei sicuramente lavorare su una dimensione più umana: meccanismi emotivi e dinamiche sociali possono talvolta nascondere relazioni inapparenti.



Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone
Simone Grimaldi, Fine Dust On The Invisible Man, foto di Sergio Leone


CC: Simone, ti ringrazio per questo scambio di grande valore e ti auguro di realizzare tutti i progetti che hai in mente!


SG: Grazie di cuore a te, Chiara. È stato per me un grande piacere dialogare con te!


Tutte le immagini sono gentilmente concesse da Simone Grimaldi.

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